Sfilate di Gucci ad Agrigento? La vera questione è l’etica del management culturale

«Non è la ragione che ci dà una guida morale, è la sensibilità»

-Maurice Barrès

Concordia Temple
“Valle dei Templi” di Agrigento

Oggi arriva la risposta italiana a una domanda ancora nemmeno formulata: la Valle dei Templi di Agrigento sarebbe interessatissima a sostituirsi all’Acropoli greca per una passerella di Guicci. Per capire l’intera vicenda però bisogna fare un passo indietro. La storia è questa: qualche giorno fa si parlava di come la città di Atene, seppur annaspante sotto il giogo del debito pubblico, avesse rifiutato una sfilata di moda della casa fiorentina. La commissione archeologica aveva giudicato valore e carattere dell’Acropoli «incompatibile con un evento di questo tipo». Un gesto molto forte che chiariva in maniera netta che i soldi, seppure tanti come i 2 milioni destinati al restauro delle architetture in cambio di 15 minuti di passerella, non comprano tutto. Un nulla di fatto che ha alzato un polverone, da un lato alcune testate hanno parlato di 56 milioni di Euro. Dall’altro Gucci ha precisato subito che si trattava di una proposta culturale a lungo termine, come quelle con Chatsworth House, LACMA, Palazzo Strozzi e il Minsheng Museum.

Arriviamo ora all’affermazione del direttore della Valle dei Templi Giuseppe Parello. Se Atene si tira indietro c’è sempre l’isola sicula. L’area archeologica compresa nella lista dei patrimoni dell’umanità UNESCO potrebbe offrsi alla grande casa di moda. In fondo il direttore osserva che «iniziative come questa hanno un risvolto positivo anche per la nostra immagine». L’intero progetto dovrebbe rispettare il luogo in cui sono collocati i resti e consentire la fuizione pubblica prima e dopo l’evento. Questa proposta non sorge nuova al sito, che nel 2015 aveva ospitato Google per la modica cifra di 100 mila Euro. In sostanza sarebbero solo occasioni in più per avere cospique entrate e migliorare l’immagine del bene culturale esposto.

o-398109
“Portico delle Cariatidi” nell'”Eretteo” di Atene

Quanti che siano i miliardi però ha un valore marginale, il vero punto quì riguarda l’etica nel managemet culturale. Quanto l’arte si può mischiare con logiche di mercato prima di perdere le sue connotazione intinseche di valore aggiunto? Chiunque pensi questa situazione sia semplice sbaglia. La nostra società continua a mandare avanti argomenti del genrere trattandoli superficialmente e non curandosi veramente di affrontare le radici del problema. Guardiamoci in faccia, in un mondo ideale paesi come l’Italia, con un forte potere del pubblico sui beni culturali e una pluricentenaria storia di salvaguardia statale, dovrebbero finanziare in maniera corposa musei, istituzioni e organizzazioni nel settore. Il sostegno pubblico consentirebbe un miglioramento del welfare con ricadute economiche, formative e sociali. Non è difficile da capire che uno Stato che investe nella cultura crea cittadini più consapevoli, interessati alla comunità e reattivi agli stimoli.

Però non è così, l’Italia finanzia le istituzioni di cultura quanto la Francia finanzia il solo museo del Louvre. Ci sono pochi soldi, in alcuni casi pure gestiti male e serve che, chi lavora nell’ambito sappia di cosa si parla quando si dice “pareggio di bilancio”. O almeno, se non lo sa, che assuma qualcuno che ne abbia già sentito parlare. Per qusta ragione dagli anni Ottanta e Novanta, nel Nord America prima e poi in Europa, si parla di “management culturale”. Bisogna saper gestire e organizzare anche la cultura. Soprattutto bisogna riuscire a far dialogare in maniera dinamica la ricerca scientifica e l’integrità del progetto con la capacità di attrarre un pubblico d’interessati e garantire all’intera gestione quella trasparenza e il rispetto del budget necessari per far funzionare il tutto. Chi opera in questo settore si trova costantemente in tesione, deve affrontare delle sfide non solo pratiche ma etiche. Dov’è la linea che separa un’iniziativa culturale  con anche supporti esterni a una che si è completamente venduta al più becero intrattenimento? In sostanza: quanto posso spingermi per far quadrare i bilanci e quanto posso muovermi nel mio lavoro senza pensare ai fondi che ho a disposizione? La risposta s’immagina sia: poco, in entrambi i casi.

Tuttavia bisogna precisare che non ci sono risposte semplici. Questo vale anche per il caso Gucci e l’Acropoli di Atene. Da un lato vi è l’etica del rispetto di un luogo universalemtne riconosciuto come custode della storia passata. Rifiutare di “prestare” a una casa di moda cultura ed identità greca per un compenso indubbiamente vuole dare una risposta chiara a chi crede tutto sia commerciabile. Dall’altro canto vediamola in una ottica di gestione di quel bene: 2 milioni di Euro per restaurare un sito inestimabile non potrebbero essere stati utili? Pensiamo per un secondo a quali sarebbero i vantaggi di una entrata del genere per un bene di tanto prestigio. Stiamo parlando di preservazione, pubblica fruizione e potenziali maggiori ricerche sul campo, oltre che lavoro e pubblicità del sito. Sarebbe facile poter dare una risposta secca a questi argomenti, ma la realtà sta sempre un po’ tra i due fronti. La Gucci ha precisato che non si trattava solo di una attività commerciale ma di un progetto di partnership culturale, ma per come appaiono i fatti per ora forse davvero sarebbe stato più il danno che il guadagno a concedere quel pezzo di storia e cultura a Gucci per rischiare di banalizzarla a sfondo di una sfilata.

1470083150414-jpg
“Valle dei Templi” di Agrigento per l’evento privato Google

Tutta un’altra storia e svendere il patrimonio culturale sventolando al primo offerente. Lì gli argomenti tirati in ballo sono quelli sbagliati, nessun aspetto etico di dialogo. Il contesto sembra più simile a una qualsiasi analisi costi-benefici di un’azienda. L’immagine che affiora è quello di qualcosa fatto per pubblicità becera, nulla a che fare con migliorie del sito archeologico, delle strutture organizzative o la fruibilità pubblica. Il sito diventa una bella location, con premesse di rispetto dell’area fuomse e che più volte in Italia si sono rivelate poco prese in considerazione. Così in quel caso sembra solo un prestito commerciale, neanche il sito fosse un brand in cerca di nuovi clienti. In questo caso è chiaro che al centro c’è il guadagno o la collaborazione con un nome che fa notizia e non l’aspetto culturale che diventa accessorio al marchio.

Quelle sopra descritte sono questioni spinose, dove in molti casi si tratta di giochi di equilibirio e compromessi tra spinte economiche e culturali. Spesso capita ci siano casi in cui un marchio o un’azienda privata si propongano per collaborare per il supporto di un bene. Lo fanno in cambio di un riconoscimento pubblico o una forma di ritorno, ma ponendo come protagonista l’attività culturale. Sono queste collaborazioni che fanno sorgere quelle articolate domande di cui abbiamo parlato prima. Capita anche che, ogni tanto, tra questi dilemmi etici affiorino dei problemi di più facile comprensione. In quest’ultimi casi non serve molto per vedere che quello che sta muovendo il tutto, altro non è che l’ingordigia per qualche euro in più e un paio di pubblicità sui giornali.

acropoli
Profilo dell’Acropoli di Atene
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...