Tra Arte e Architettura: Giuditta che decapita Oloferne

«La passione non è cieca, è visionaria»
-Stendhal

 

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“Giuditta che decapita Oloferne”, particolare Artemisia Gentileschi, 1620

L’opera «Giuditta che decapita Oloferne» nasce nel 1620 per mano dell’italiana Artemisia Gentileschi. La tela è ora conservata nella Galleria degli Uffizi di Firenze. L’episodio biblico racconta della forte Giuditta che circuisce per uccidere il nemico Oloferne.

Il lavoro ricalca quello del padre e, soprattutto, di Caravaggio.

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“Giuditta e Oloferne”, Caravaggio, 1598–1599

Tuttavia si distingue dall’opera del maestro perché la donna pone la figura di Giuditta come attiva e punto focale dell’azione. Questa è tra le opere più famose della Gentileschi e ricalca il periodo fiorentino posteriore all’abuso sessuale denunciato dalla donna e portato in tribunale.

Lo storico dell’arte più importante del Novecento, Longhi, si è particolarmente interessato alla famiglia Gentileschi. Parlando dell’opera egli affermava: «chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato […] Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?».

Continua Longhi: «… che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck».

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“Giuditta che decapita Oloferne”, Artemisia Gentileschi

Roland Barthes ne ha parlato approfondito l’analisi. « Il primo colpo di genio è quello di aver messo nel quadro due donne, e non solo una, mentre nella versione biblica, la serva aspetta fuori; due donne associate nello stesso lavoro, le braccia frapposte, che riuniscono i loro sforzi muscolari sullo stesso oggetto: vincere una massa enorme, il cui peso supera le forze di una sola donna.

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“Autoritratto”, Artemisia Gentileschi, 1639

Non sembrano due lavoranti sul punto di sgozzare un porco? Tutto ciò assomiglia a un’operazione di chirurgia veterinaria. Nel frattempo (secondo colpo di genio), la differenza sociale delle due compagne è messa in risalto con acume: la padrona tiene a distanza la carne, ha un’aria disgustata anche se risoluta; la sua occupazione consueta non è quella di uccidere il bestiame; la serva, al contrario, mantiene un viso tranquillo, inespressivo; trattenere la bestia è per lei un lavoro come un altro: mille volte in una giornata essa accudisce a delle mansioni così triviali»

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