Cibo e Arte: un dialogo avviato nel II secolo a.C.

«La natura morta rende immutabile, nella immobilità della posa, un frammento di tempo e di spazio che appartengono alla quotidianità a differenza del tempo del “sacro” e della “mitologia” che appartengono al “per sempre” (…): questo il cambiamento concettuale che occorre sottolineare, indipendentemente dall’eventuale portato simbolico che gli oggetti presenti possono aver contratto» (Alberto Veca in Evaristo Baschenis, 1997)

Il cibo, da oggetto di consumo quotidiano, grazie all’arte si è trasformato nel corso dei secoli in soggetto, in un vero e proprio protagonista raffigurato su numerose tele di altrettante epoche diverse. Questo passaggio si è concretizzato per mezzo delle nature morte, genere pittorico nato nel ‘500 basato sulla raffigurazione di oggetti, di solito frutti, fiori, vasi, cibi, libri o strumenti musicali. E’ proprio in quel periodo che, scansata l’allora incontrastata pittura di storia (scene religiose, avvenimenti storici, episodi tratti dalla mitologia greca e romana), prende piede questo nuovo genere pittorico che porta la normalità o meglio la realtà al centro della scena.

In realtà vi sono dei casi che le anticipano: le prime nature morte della storia, infatti, sono state rappresentate direttamente all’interno delle case; si tratta degli xenia (doni) e degli asarotos oikos (pavimento non spazzato) che vanno dal II sec a.C. fino al II d.C. I primi, dipinti direttamente sulle pareti della casa, rappresentavano i doni di benvenuto per gli ospiti; i secondi, spesso mosaici pavimentali, illustravano i resti dei banchetti che rimanevo sul pavimento, destinati ai parenti defunti. Di quest’ultima tipologia un famoso esempio è quello di un mosaico dalla villa di Vigna Lupi conservato presso i Musei Vaticani, qui di seguito riproposto.

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Nei tempi successivi tantissime Ultima Cena, Nozze di Cana e Banchetto di Erode, diventano ottimi pretesti per rappresentare  cesti di frutta e verdura, vassoi traboccanti di pesci e cacciagione, stoviglie, alzate, trasparenze di vetri e cristalli, trine e pizzi finissimi, sfarzose sale da pranzo o spoglie cucine descritte nei minimi particolari. Un dipinto che viene spesso portato ad esempio per la descrizione di un’altolocata tavola imbandita è lo splendido Banchetto di Erode di Filippo Lippi.

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Bisogna aspettare il ‘500 – ‘600 per vedere il cibo protagonista, con i primi esempi nati in Nord Europa per poi diffondersi anche in Italia. Si comincia dagli ironici ritratti di Arcimboldo che hanno come protagonisti frutta, fiori, pesci, uccelli per poi giungere alle straordinarie scene di vita quotidiana di Annibale Carracci, con in  primo piano quarti di bue e piatti di fagioli (“Il mangiafagioli”, 1594-95).

La consacrazione i questo nuovo genere pittorico sia ha nel ‘600, in particolare nei Paesi Bassi e nelle Fiandre. La diffusione del protestantesimo aniconico, il sempre maggior ruolo della borghesia e la sua “fame” di vedere riconosciuto il suo status sociale, consentono una grande diffusione del genere, facendo scomparire la figura umana. In Italia sarà Caravaggio a cimentarsi in questo genere, sfidando l’iconografia a lui contemporanea e dipingendo la celeberrima Canestra di frutta, quasi una rappresentazione scientifica curata nei minimi dettagli.

Andando avanti coi secoli questo stretto rapporto tra l’arte e il cibo non svanisce; troviamo ancora esempi nel ‘800-‘900  con Cezanne, Matisse per poi giungere in Italia con Giorgio Morandi e Giorgio De Chirico.

Sulla scia della Pop Art e di Andy Warhol (“Zuppa Campbell” e “Coca-Cola”), osservando il consumismo nella società americana contemporanea, il cibo torna il vero protagonista. Ne sono esempi le opere di Claes Oldenburg, quale realizza enormi sculture in gesso dipinto o in materiali soffici, raffiguranti gelati e hot-dog. Il cibo, in quanto oggetto di consumo, si carica, nell’opera di Oldenburg, di un’accezione di orrido, perché viene svalutato del suo ruolo primario e ridotto a prodotto commerciale.

Ma lo sapete che l’arte si può anche mangiare? In tempi recenti l’arte non si offre più solo allo sguardo, ma anche al tatto e alle papille gustative. Nel 1961 l’artista Daniel Spoerri, partecipò allo sviluppo della corrente artistica della Eat Art, dove le creazioni andavano a mettere in evidenza il cibo e le nostre attitudini alimentari. Trasformò una drogheria in galleria, dove si comprava del cibo etichettato “attenzione opera d’arte”. Alcuni anni dopo apriva il Restaurant Spoerri, dove venivano serviti piatti bizzarri, quanto orripilanti: ragù di pitone, bistecca di proboscide, formiche alla griglia… «L’uomo che mangia gli spaghetti» e «Vucciria», due capolavori di Guttuso, entrambi pervasi da un crudo realismo. Sembra di stare al mercato e sentire il vocio e la cantilena dei «vanniaturi» del celebre mercato palermitano. Mentre nell’altra opera l’uomo è intento e famelico nel consumare il suo pasto.

A questo proposito è bene citare anche la performance condotta da Piero Manzoni, “Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte” nel 1960. La performance suddetta consisteva nella distribuzione da parte dell’artista di uova sode contrassegnate da una propria impronta digitale agli spettatori, e nel consecutivo ingerimento delle stesse da parte di questi.

Come abbiamo visto il dialogo tra arte e cibo è incessante, percorre epoche e culture diverse ma, seppur con intensità differenti, rimane presente e al giorno d’oggi si fa ancora sentire, pure a tavola dove si ricerca sempre più oltre al buono anche il bello.

 

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