Tra Arte e Architettura: il Discobolo

«L’importante non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene»
-Pierre de Coubertin

Il Discobolo è una scultura fatta da Mirone nel 455 a.C. Originariamente in bronzo l’opera originale non si è conservata fino a noi. Sono state fatte, tuttavia, differenti copie marmoree nell’epoca romana, la più nota e apprezzata risulta essere quella di Lancellotti.

Altre copie sono conservate in differenti parti d’Europa. Al British Museum è conservata la copia chiamata Townley. L’artista era, plausibilmente, più bravo a livello tecnico perché il tronco di appoggio per equilibrare l’opera è molto ridotto. La scultura ha capelli più lunghi e per questo viene definita più adrianea. A Roma  si conserva, nel Museo nazionale romano, un’ulteriore versione frammentaria chiamata di Castelporziano.

Forse fusa per la città di Sparta la statua rappresenta l’atleta pronto a lanciare il disco, da cui il nome dell’opera. La presenza dell’arte preclassica è mitigata da una costruzione della figura affine al rilievo e un torso quasi immobile. L’opera va intesa come un’istantanea. L’atleta si è chinato e ha radunato le forze ed è in procinto di aprirsi completamente e scagliare via il disco. Fermo com’è può essere definito a metà tra l’azione iniziata e quella conclusa che avverrà in pochi secondi.

L’intera statua e pacatamente tranquilla, non eccessivamente sotto sforzo e quieta per quanto in procinto di muoversi. Nell’opera vi sono rimandi con l’arte egizia: il tronco frontale mentre gambe e braccia vengono raffigurate a lato. L’intera composizione non vuole restituire una composizione ieratica e di potere, come poteva essere per gli abitanti del Nilo, bensì gesti e forme richiamano un forte dinamismo finale. Sull’artista Cicerone disse che «le opere di Mirone non sono ancora vicinissime alla verità, nondimeno non si esiterà a dichiararle belle».

L’atleta rappresentava a pieno il concetto filosofico estetico che avevano sviluppato le città greche. L’espressione è kalokagathìa ed indica l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. Il sapiente viene distinto dalla popolazione, ignorante, proprio grazie a questo concetto. Scriveva Platone nel Timeo: «Chi si dedica alla ricerca scientifica o a qualche altra intensa attività intellettuale, bisogna che anche al corpo dia il suo movimento, praticando la ginnastica, mentre chi si dedica con cura a plasmare il corpo, bisogna che fornisca in compenso all’anima i suoi movimenti, ricorrendo alla musica e a tutto ciò che riguarda la filosofia, se vuole essere definito, giustamente e a buon diritto, sia bello sia buono». Il focus è sugli aggettivi «kalòs kai agathòs», cioè bello e buono. Inteso come valoroso in guerra e come in possesso di tutte le virtù.

 

 

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