Buon Compleanno George Grosz (26/07/1893)

Ciò che l’arte tenta di distruggere è la monotonia del tipo, la schiavitù della moda, la tirannia delle abitudini, e l’abbassamento dell’uomo al livello della macchina.
-Oscar Wilde

Nasceva il 26 luglio 1893 George Grosz, di origini tedesche. Studia a Dresda all’Accademia dove si confronta con i grandi maestri della storia dell’arte. In seguito va a Parigi e s’interessa ai movimenti di avanguardia di futurismo, cubismo ed espressionismo. Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale si arruola nell’esercito ma, per motivi di salute, viene rimandato a casa poco dopo.  Sempre più provato dalla situazione si avvicina ala partito Comunista tedesco e nel 1920 inizia a essere denunciato e processato per incitamento all’odio di classe, oltraggio al pudore, vilipendio alla religione e ingiurie contro le forze dell’ordine.

Con l’avvento del nazismo l’artista, classificato tra gli artisti degenerati a cui era richiesto di smettere di fare arte, si sposta negli Stati Uniti. Nel 1938 è ufficialmente cittadino statunitense, in questo periodo si avvicina al surrealismo ma perde la sua verve. Tornerà in Germania molti anni dopo, intorno al 1958. L’anno seguente perde la vita in maniera estremamente singolare. Tornato a casa dopo aver bevuto troppo l’artista confonde la porta di casa con quella della cantina e muore in seguito alla rovinosa caduta.

Sempre con un proprio stile pittorico, Grosz ha sviluppato con l’amico John Heartfield, la tecnica del fotomontaggio. La sua arte degli anni ’20 è sinonimo dello stile definito come Nuova Ogettività. Si tratta di una critica, tramite l’arte, durissima alla società del tempo. Per esempio lo si può notare nell’opera I pilastri della società, del 1926, riferimento alla commedia di H. Ibsen. Un avvocato militante filo-nazista, deducibile dalla birra e la spada tra le mani e il soldato che gli fuoriesce dalla testa. Egli è senza orecchie, ha una cicatrice in volto a causa di un duello. A sinistra Alfred Hugenberg, un giornalista di scarsa obiettività chiamato il ragno, ha giornali sporchi di sangue. A destra un deputato socialista sfoggia un foglio con lo slogan Il socialismo è lavoro. Dal capo di quest’ultimo esce letame.Circondati da militari e palazzi in fiamme, riferimento alla minaccia nazista, si scorge un prete che dà la sua benedizione con gli occhi chiusi.Queste idee stilistiche vanno a braccetto con l’ambito del realismo magico del 1925. Quando l’artista riprende lo stile futurista lo “svuota” dell’elemento positivo del movimento, palazzi in costruzione e folla non sono visti in maniera benevola. L’individuo è spersonalizzato, alienato dalla società e solo nella massa d’individui.

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